Guida pratica ai codici delle uova

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Mettiamo i numeri sulle uova (photo by sir chalky)

 

Da quando vivo da sola mi trovo ad affrontare dei piccoli drammi quotidiani. Uno di questi è scegliere le uova al supermercato, e conservarle in frigo per un tempo adeguato, senza rischiare un’intossicazione alimentare.

Nel tentativo di risolvere il mio problema, ho fatto una scoperta interessante, che vorrei condividere con voi: le uova parlano. No, non dopo che me le sono dimenticate in frigo per quattro mesi.

Ad osservarle bene, le uova dicono esattamente dove sono state prodotte e come, quando sono state deposte (a volte) e entro quando dovranno essere consumate. Tutte queste informazioni sono contenute in quella brutta scritta alfanumerica, che potete osservare stampata sul guscio.

Analizziamola insieme:

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La prima informazione che possiamo ricavare dal nostro codice è il tipo di allevamento in cui le uova sono state deposte. In particolare, il primo numero può essere:

0: allevamento biologico

1: allevamento all’aperto

2: allevamento a terra

3: allevamento in gabbia

I due caratteri successivi indicano lo stato in cui sono state deposte le uova, nel nostro caso IT, Italia.

Segue poi un codice di tre numeri, che rappresenta il codice ISTAT del comune in cui si trova l’allevamento.

Le due lettere successive invece ne indicano la provincia di appartenenza.

Gli ultimi tre numeri del codice, infine, indicano il codice ASL dell’allevamento dove le uova sono state deposte.

Una carta d’identità completa, quindi, che ci permette di scegliere le nostre uova in piena consapevolezza.

E per quanto riguarda la data di scadenza?

La data di scadenza è un’informazione obbligatoria. A volte viene stampata sotto il codice alfanumerico sul guscio. A volte invece la troviamo solamente sulla confezione. In ogni caso, per legge, la data di scadenza viene fissata dal produttore non oltre il 28° giorno successivo alla deposizione dell’uovo. Molti supermercati, tuttavia, tolgono le uova dal commercio una settimana prima di questa scadenza.

E la data di deposizione?

La data di deposizione rimane attualmente un’informazione facoltativa. Può essere stampata direttamente sull’uovo, oppure sulla confezione.

Curiosità: anche le uova hanno una taglia

Ebbene sì, le uova possono essere classificate anche in base al peso:

le uova XL, o grandissime, superano i 73 grammi, le uova L, o grandi, sono comprese tra 63 e 73 grammi, le uova M, o medie, sono comprese tra 53 e 63 grammi, mentre le uova S, le più piccole in commercio, hanno un peso minore di 52 grammi.

Per approfondire:

Il sito dei carabinieri: normative sulle uova

La carta d’identità delle uova del CODACONS, Piemonte

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Le cipolle: Domande&Risposte

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Domande&Risposte (photo by Oberazzi)

Dopo aver pubblicato l’articolo su cipolle e raffreddore (se non lo avete letto, potete recuperarlo QUI), ho ricevuto ben tre domande e curiosità sull’argomento.

Ho pensato allora che avrei potuto affrontarle in un post dalle modalità un po’ diverse, una sorta di Domande&Risposte – da aggiornare anche in itinere – che, se funzionasse, potrebbe diventare una specie di rubrica.

Senza indugio allora partiamo!

Domanda n.1: Ma la tua amica L. ha poi provato a metterla questa cipolla sul comodino, o l’hai bloccata in tempo?

La mia amica L., per amor di scienza, ha provato a dormire con una cipolla tagliata sul comodino. La mattina dopo mi ha riportato le sue conclusioni: il raffreddore non le era passato, le sembrava di dormire accanto ad uno chef, ha avuto una forte sensazione di nausea.

Posso solo aggiungere che è stata molto coraggiosa.

Domanda n.2: Ho sentito in televisione che la cipolla cruda tagliata e conservata in frigo, in realtà non si può più mangiare perché ha assorbito i batteri del frigo, è vero?

Come abbiamo visto nell’articolo Parliamo di cipolle e raffreddore non c’è alcuna evidenza scientifica a sostegno del fatto che le cipolle possano attirare i batteri. Fino a prova contraria, quindi, le cipolle non sono calamite per i microorganismi.

Esistono invece delle ricerche che indicano che la cipolla può, in alcuni casi, agire come un antibatterico, impedendo la crescita di batteri in una piastra. Questo potrebbe suggerire che, in realtà, i batteri non contaminano facilmente le cipolle, soprattutto in un ambiente come il frigo, che con la sua bassa temperatura scoraggia di per sé la crescita batterica.

Esperimento: ho una cipolla in frigo, aperta da una settimana (o forse due). Questa sera ne ho cotto e mangiato un pezzo. Sono ancora viva.

Domanda n.3: Mia madre usa la cipolla per disinfettare le punture di zanzara, funziona?

Sinceramente, non lo so. Intuitivamente direi di no. Non sono riuscita a trovare alcuna ricerca che attribuisse alla cipolla proprietà anti-infiammatorie topiche. Mi verrebbe da dire che forse potrebbe portare un po’ di sollievo perché è fresca a contatto con la pelle. A questo punto, però, sarebbe meglio utilizzare un cubetto di ghiaccio avvolto in un panno, una soluzione sicuramente più sterile.

Queste erano le vostre domande. Se ne avete altre sarò felicissima di raccoglierle e di rispondere aggiornando questo post, o creandone un altro ad hoc. Nei contatti trovate tutti i modi per raggiungermi (e-mail, facebook, twitter).

Scrivetemi, rompetemi le scatole, raccontatemi i vostri dubbi e miti alimentari, mi farete felice!

Parliamo di cipolle e raffreddore

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Cipolle contro il raffreddore? (photo by Dubravko Sorić)

Ci sono dei momenti nella vita in cui si vorrebbe evitare a tutti i costi di assumere farmaci, persino un banale sciroppo per la tosse. Lo sa bene la mia carissima amica L. (mamma di uno splendido esserino) che sta ancora allattando il suo piccolo. In questi momenti, allora, si finisce per provare tutta una serie di rimedi naturali che ci vengono propinati da zie, prozie, cugini, nonne, amici del cuore e vicini di casa impiccioni, “tanto, male non fa”.

Proprio uno di questi rimedi ha stuzzicato la mia curiosità. A L. infatti, è stato consigliato di mettere una cipolla (cruda) sul comodino, per far passare tosse e mal di gola. Ora, a me la cipolla piace, soprattutto al forno, ma devo ammettere che mi è venuto un po’ di voltastomaco solo al pensiero di tenermene una accanto tutta notte.

Il mito della cipolla sul comodino

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La cipolla sul comodino (photo by Dalal Al-Wazzan)

Per evitare un tale supplizio alla mia amica, ho allora iniziato le mie ricerche, come sempre partendo da Google. Ho scoperto così che esiste un mito, piuttosto noto sia in Italia sia all’estero, che attribuisce alla cipolla un certo potere antimicrobico. Secondo questa teoria, la cipolla sarebbe in grado di attirare come una calamita i virus e i batteri che circolano in una stanza, purificando l’aria e prevenendo così che la persona si ammali. A questo punto logica vuole che, se il raffreddore io ce l’ho già, la cipolla non mi serva a nulla, visto che i batteri (o i virus dell’influenza) mi hanno già contagiato.

Eliminato l’elemento di guarigione, la questione resta comunque interessante. Ho quindi aperto il motore di ricerca di articoli scientifici PubMed, e ho cercato se esistesse qualche ricerca sulle ipotetiche proprietà antimicrobiche della cipolla.

La cipolla contro virus e batteri, che dice la scienza?

Poiché virus e batteri sono due cose ben diverse, ho deciso di dedicarmi per prima cosa ai virus. Per iniziare ho quindi cercato: cipolla e influenza. Devo ammettere che il risultato non è stato incoraggiante. Cinque articoli scientifici, di cui soltanto due pertinenti. Il primo, del 2002, consiglia a pazienti asmatici di seguire una dieta bilanciata, mangiando frutta, verdure e cipolle.

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Cipolla del Galles (photo by 潘立傑 LiChieh Pan)

Il secondo, del 2012, entra un poco di più nel merito; i ricercatori hanno infatti trovato una molecola, nelle foglie verdi delle cipolle del Galles, simile alla fibra solubile inulina. Questa fibra, fatta ingerire in grandi quantità ai topini di laboratorio, aiutava a rallentare la riproduzione del virus dell’influenza. Un articolo sicuramente interessante, ma unico nel suo genere. Diciamo che se avessi trovato qualche altro studio sarei stata più contenta. In ogni caso non si parla di cipolle crude sul comodino. Si parla delle foglie verdi di un tipo particolare di cipolla – quella del Galles, non quella di Tropea – che devono essere in qualche modo ingerite.

A questo punto ho deciso di dedicare il mio tempo ai batteri, sperando siano più promettenti. Con la chiave di ricerca cipolla e antibatterico si ottengono 77 risultati, bingo! Qualcosa di interessante forse lo troviamo. Eliminiamo gli articoli scritti dal Dottor Cipolla, e quelli che studiano gli antibatterici con cui trattare le colture di cipolla; riorganizziamo la ricerca per rilevanza e poi selezioniamo soltanto le ricerche che hanno le due parole chiave nel titolo.

Rimangono sei articoli. Il primo è del 1956, in polacco; lo scarto senza pietà. Il secondo del 1971, testo non disponibile, grazie PubMed per avermi illuso. Il terzo è del 1995, e afferma che l’olio ricavato dalla spremitura della cipolla è in grado di prevenire la crescita di colture batteriche. Il tema viene ripreso dall’articolo del 1997, che conferma un’attività antibatterica dell’estratto di cipolla. Ma attenzione, se la cipolla viene bollita per 10 minuti, l’effetto è perso. I due articoli più recenti, del 2006 e del 2010 seguono sostanzialmente lo stesso copione.

Cosa possiamo concludere da questi dati?

Le ricerche che abbiamo trovato sembrano indicare che grosse quantità di cipolla cruda, spremute direttamente sui batteri, ne prevengono la crescita. Nulla invece indica che la cipolla sia in grado di attirare a sé i batteri.

In conclusione, per poter vedere un qualche effetto antibatterico sul nostro organismo dovremmo mangiare una quantità di cipolla spropositata, rigorosamente cruda. E a quel punto i nostri batteri buoni dell’intestino ci risponderebbero con una sonora pernacchia e un fortissimo mal di pancia.

Curiosità finale

Il mito della cipolla attira-batteri sembra essere veramente duro a morire. L’Associazione Nazionale Americana delle Cipolle (si, esiste davvero, non l’ho inventata) riporta che già dal 1500 si riteneva che tenere le cipolle tagliate in tutte le stanze di una casa potesse proteggere dalla peste bubbonica!

Per approfondire:

Il sito dell’Associazione Nazionale Americana delle Cipolle

Le cipolle del Galles e il virus del raffreddore

L’articolo del 1995 sulle cipolle spremute

L’articolo del 1997 sulle cipolle spremute bis

Perché bere il latte NON causa l’osteoporosi

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Il latte amico delle ossa (photo by Wes Schaeffer)

Qualche tempo fa il mio collega aspirante divulgatore scientifico M. mi ha messo una pulce nell’orecchio. M. ha, infatti, un’amica che è fermamente convinta che bere il latte in età adulta faccia venire l’osteoporosi. Ad M. è venuto però il dubbio che questa convinzione sia una bufala, e vorrebbe spiegare alla sua amica il perché, possibilmente con delle solide basi scientifiche. Per aiutare M. ho deciso di indagare un po’ sulla questione.

Innanzitutto ho cercato di rendermi conto quanto questa informazione sia diffusa sulla rete. Digito allora latte e osteoporosi su Google e inizio a sbirciare i risultati. La comparsa qua e là di articoli mistici, che presuppongono che il nostro organismo funzioni come un reattore nuclearemi fa prevedere che questa sarà una lunga ricerca.

I risultati di Google

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Milk splash (photo by Axel Naud)

Per farla breve, la prima pagina dei risultati di Google lascia spazio a due diverse opinioni sulla questione, in perfetta alternanza tra loro. Provo a riassumervele in maniera rapida.

La prima opinione è quella classica: il latte contiene calcio, le ossa hanno bisogno di calcio e di vitamina D. Per prevenire l’osteoporosi bevete pure il latte, mantenete un’alimentazione equilibrata e fate tanto sport.

La seconda opinione è invece più controversa. Si sostiene infatti che il latte presti il calcio all’organismo, ma in realtà sul lungo periodo lo sottragga. La teoria sembrerebbe essere basata sul fatto che le proteine del latte (e con loro tutte le proteine di origine animale) debbano essere smaltite con uno speciale processo, il quale porta ad una acidificazione finale del sangue. Questo sangue acido richiamerebbe il calcio dalle ossa per tornare ad un pH ottimale, causando così l’impoverimento dell’osso e l’osteoporosi.

Allora chi dare ascolto?

A guardarle così le due teorie sembrerebbero avere senso entrambe. C’è solo un piccolo problema, quello delle fonti. Coloro che sostengono la seconda teoria, infatti, non citano mai alcuna fonte scientifica né alcuna ricerca, e questo dovrebbe farci sempre suonare un bel campanello d’allarme.

Se si analizzano invece gli articoli a sostegno della prima teoria si possono trovare pezzi che usano diverse argomentazioni, analizzano pubblicazioni scientifiche e, infine, riportano una bibliografia dalla quale poter partire per controllare tutte le affermazioni.

La risposta di Italia Unita per la Scienza

Girovagando tra gli articoli che più mi sembravano attendibili, ho trovato l’articolo in materia di latte e osteoporosi di Italia Unita per la Scienza, che potete leggere a questo LINK.

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Consigli di conservazione del latte del 1913 (photo by VCU Tompkins-McCaw Library Special Collections)

A questo punto, per aiutare M. e la sua amica, ho deciso di riassumere brevemente le conclusioni a cui arriva l’articolo. Vi inviterei però a leggerlo, anche soltanto per esercizio. Esercizio per cosa? Un esercizio per capire come trovare informazioni corrette in rete sulla nostra salute e sulla nostra alimentazione, ma soprattutto come verificare chi ci sta dicendo qualcosa di buono o chi invece ci sta prendendo per i fondelli.

A mio avviso i punti fondamentali a cui risponde l’autore (che per inciso si chiama Alessandro Mattedi, e no, non è amico mio) sono due. Vediamoli insieme.

(1) Innanzi tutto nel post viene spiegato qual è l’origine della convinzione che il consumo di latte causi l’osteoporosi. In particolare esistono studi che affermano che l’osteoporosi è una malattia prevalente nei paesi a maggior consumo di latte e latticini. Quindi latte e latticini causano l’osteoporosi. Questo tipo di osservazione si chiama correlazione, e, in pratica, così non sta in piedi. Sarebbe come dire che poiché  il paese a più alto consumo di latte e latticini è anche il paese con il più alto tasso di divorzi, latte e latticini causano la fine dei matrimoni. Adesso, vi pare che mangiare latticini possa essere causa di divorzio?

Questo esempio serve per spiegare che in una correlazione i dati non sono concatenati da legami di causa-effetto. Se osservo due fenomeni in aumento non posso dire che l’uno causa l’altro senza averlo dimostrato con prove sperimentali. Ma l’autore non si ferma qui, va avanti a provare a spiegare perché i maggiori consumatori di latte e latticini (paesi del Nord Europa e USA) sono anche quelli a più alto rischio di osteoporosi. In particolare, le regioni nordiche sono quelle meno esposte alla luce solare, e la luce solare aumenta la produzione di vitamina D, un elemento fondamentale per il corretto mantenimento dell’integrità delle ossa. Per gli USA invece cita come fattore di rischio la sedentarietà e l’obesità, anch’esse alla base di molte patologie ossee.

(2) Il secondo problema che affronta l’autore è quello della teoria pseudo-scientifica con cui i sostenitori del binomio latte-osteoporosi  giustificano le proprie convinzioni. In pratica queste persone sostengono che le proteine contenute nel latte (e nella carne) vengono smaltite dall’organismo attraverso un processo biologico che causa l’acidificazione del sangue. Per eliminare questo eccesso di acidità il nostro organismo preleverebbe il calcio dalle ossa, impoverendole e rendendole fragili. Questa teoria è anche il principio che sta alla base della dieta alcalina (di cui parleremo approfonditamente in un’altra puntata). Ora, a parte che non vedo perché le proteine animali acidificherebbero il sangue e quelle vegetali non lo farebbero (sempre di proteine si tratta), in realtà i meccanismi principali per riportare il sangue al pH ottimale sono due: la respirazione polmonare e il funzionamento renale. Ce lo spiega in maniera chiara e articolata il dottor Salvo di Grazia (MedBunker) in questo articolo. Quindi il sangue non si acidifica (a meno di particolari e rare patologie) e soprattutto le ossa non perdono calcio per tamponarlo.

A questo punto avremo convinto l’amica di M. che bere il latte non le causerà l’osteoporosi e l’inevitabile  frattura del femore? Speriamo di si. Nel dubbio, e per far contenti i più scettici di voi, non posso far altro che consigliare di cliccare sui link di approfondimento!

Link per approfondire

Un articolo scientifico del 2011 dimostra che non ci sono evidenze a sostegno della dieta alcalina per la prevenzione dell’osteoporosi

Il giornale di nutrizione “L’attendibile” sfata il mito dell’acidificazione del sangue causata dal latte

Consigli di buona alimentazione della Lega Italiana Osteoporosi

Short food movie, giriamo un video per Expo

Il logo dell'iniziativa
  Il logo dell’iniziativa “short food movie”

 

Quello di oggi sarà un post super veloce.
Volevo giusto segnalare un’interessante iniziativa firmata Expo. Il progetto si chiama Short Food Movie – Feed your Mind, Film your Planet, ed è a cura di Fondazione Cinema per Roma e del Centro Sperimentale di Cinematografia.

Per partecipare all’iniziativa bisogna produrre un video (di minimo 30 secondi, massimo 1 minuto) che abbia come tematica il binomio cibo e vita, in tutte le sue declinazioni. I video vanno caricati entro il 10 Marzo 2015 sulla pagina web a questo LINK.

I video caricati dagli utenti sul portale verranno poi trasmessi a ciclo continuo nella grande video installazione che verrà posta all’ingresso del Padiglione Zero di Expo Milano 2015, e che rimarrà in esposizione per tutta la durata dell’Expo (1 maggio 2015 – 31 ottobre 2015).

Inoltre, tra i 15 video che totalizzeranno più voti sul portale dell’iniziativa, verranno scelti da una apposita giuria 3 vincitori, che si aggiudicheranno un pacchetto ospitalità per Milano di 3 giorni in occasione di Expo Milano 2015.

Che dite, partecipiamo?

Link utili:

Fondazione Cinema per Roma

Centro Sperimentale di Cinematografia

Regolamento del concorso

Daikon: la radice giapponese bruciagrassi?

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Daikon (photo by wikioticsIan)

Quella contro il colesterolo è una guerra spietata.

Da quando lo abbiamo identificato come uno dei principali fattori di rischio per le malattie cardiovascolari, il colesterolo è stato combattuto strenuamente e con ogni mezzo a nostra disposizione. Ecco allora che, parallelamente alla tradizionale pillola a base di statina (la “pillola del colesterolo”, che prendono ormai quasi tutti i nostri genitori/nonni), negli anni è fiorito un mercato di rimedi alternativi, più o meno variopinti e/o casalinghi, composto da yogurt da bere, pastiglie agli estratti vegetali, foglie essiccate, piante, verdure, radici, numerose varietà di pesce, e persino omeopatia e aromaterapia.

L’argomento colesterolo è talmente vasto ed affascinante da fornire materiale per un numero indefinito di post. Oggi, però, per iniziare, vorrei prendere in esame un alimento che ha stuzzicato particolarmente la mia curiosità. Un alimento che potremmo definire esotico, in quanto proviene dall’Asia orientale: il Daikon, conosciuto anche come la radice giapponese bruciagrassi.

Come ho scoperto il Daikon.

La prima volta che ho sentito nominare il Daikon ero ad una cena di famiglia. Uno dei commensali – di cui non faremo nomi, altrimenti alla prossima cena digiuno – a fine pasto mi offre un pezzetto di questa radice bianca, che somiglia ad una grossa carota, sostenendo che aiuta a ridurre il colesterolo. Incuriosita, e come sempre un po’ scettica, la assaggio. Vi basti sapere che già dal primo morso non l’ho trovata di mio gradimento. Ho gentilmente declinato un bis, e archiviato in un cassettino della mia testa la seguente riflessione: Daikon, verificare se ci sono studi che ne provano l’efficacia nel ridurre il colesterolo, così alla prossima cena posso rifiutare di mangiarlo con cognizione di causa.

Cosa dicono di lui.

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Daikon, la pietra filosofale delle verdure (photo by Chris Goldberg)

Per cominciare la mia ricerca sul Daikon, ho utilizzato la funzione ricerca di Wikipedia. Si dovrà pur partire da qualche parte. In questo modo ho scoperto che il Daikon è un ravanello. Per citare la definizione  “Il Daikon (in giapponese letteralmente grossa radice, nome scientifico Raphanus sativus var. longipinnatus), chiamato anche ravanello cinese, ravanello giapponese, o ravanello invernale, è una varietà del ravanello comune originaria dell’Asia orientale”. Sempre grazie a Wikipedia scopriamo che il Daikon è un ingrediente principe della cucina giapponese, dove viene mangiato crudo, marinato o cotto.

Su Wikipedia Italia però nessuna menzione viene data alle proprietà anticolesterolo del nostro ravanello. La stessa cosa succede anche nella variante in inglese del lemma, seppur più completa dal punto di vista culinario delle diverse tradizioni asiatiche. Ora, Wikipedia non sarà un mostro di accuratezza, ma se il Daikon avesse mirabolanti proprietà anticolesterolo una noticina, anche secondaria, me la sarei aspettata. E invece devo continuare la mia ricerca su altri lidi.

A questo punto decido di fare affidamento al motore di ricerca per eccellenza, sua maestà Google. Uso come chiave di ricerca Daikon e colesterolo, ed ecco comparire in prima pagina tutta una serie di risultati interessanti, vi cito i primi tre:

  • Daikon, radice per depurarsi e dimagrire, mucolitico diuretico e bruciagrassi naturale (a cura di un famoso naturopata).
  • Il Daikon, una radice bruciagrassi (blog di ricette macrobiotiche-vegan)
  • Nutrizione come prevenzione: Daikon (centro per le discipline olistiche)

Il sunto di questi e di tutti i seguenti articoli è che il Daikon è una sorta di pietra filosofale delle verdure, “rinforza l’organismo e scioglie i grassi in eccesso nel corpo”, “stimola il corpo ad eliminare grassi e accumuli, soprattutto quelli di origine animale”, “apprezzato per la sua azione mucolitica, è anche utile contro il vomito in gravidanza”. Ma non solo, fate ben attenzione, perché il Daikon fresco avrebbe il potere di lavorare sui grassi superficiali del corpo, mentre quello secco andrebbe a bruciare quelli in profondità.

Tutto questo ovviamente senza citare alcuna fonte. Neanche uno studio piccino picciò. Me ne sarebbe andato bene anche uno finto. Io vi avviso, la scienziata che è in me sta piangendo disperata in un angolo, strappandosi i capelli.

L’approccio dello scienziato.

A questo punto, visto che nessuno cita studi scientifici sulle proprietà del Daikon, decido di andarmeli a cercare io. Segnatevi questo motore di ricerca: PubMed, perché lo utilizzeremo spesso e volentieri su questo blog. PubMed è un database che raccoglie oltre 24 milioni di citazioni di pubblicazioni scientifiche biomediche. Che vuol dire che se un articolo scientifico sul Daikon c’è, noi lo troveremo.

Il Daikon, o Raphanus sativus var. longipinnatus (photo by Todd Heft)

Siccome siamo precisini, iniziamo la nostra ricerca con il nome scientifico della radice, che abbiamo trovato su Wikipedia: Raphanus sativus var. longipinnatus.
Tre risultati, e nessuno ha a che fare con il colesterolo. Cominciamo male.

Non ci lasciamo comunque scoraggiare, e ripetiamo la ricerca con il nome comune della radice, Daikon. 49 risultati, si inizia a ragionare. Molti però non hanno alcuna attinenza con la nostra ricerca, proviamo allora a raffinarla digitando Daikon and cholesterol (eh già, PubMed funziona solo in inglese, sorry). E qui iniziano i dolori. PubMed ci riporta un solo articolo, del 2006, il cui scopo era studiare gli effetti del Daikon sul diabete. In questo articolo – purtroppo non scaricabile se non a pagamento – gli autori mostrano come ratti sani nutriti con una dieta composta dal 5% di Daikon hanno un livello di colesterolo totale inferiore rispetto a ratti sani non nutriti con il Daikon (del valore numerico effettivo di questa diminuzione purtroppo non ci è dato sapere). Questi cambiamenti però non si osservano nei ratti diabetici nutriti o meno con il Daikon.

Ora, visti i risultati, se fossi stata un’autrice del lavoro mi sarei lanciata a pesce sulla storia del colesterolo, e dopo qualche anno (3/4 anni circa? Facciamo 5 dato che stiamo lavorando con i ratti?) avrei pubblicato uno studio più completo. Dal  2006 al 2014 di anni ne sono passati 8. Ma come? Nulla di nulla? No, aspetta. A cercar bene qualcosa c’è. Un solo articolo, del 2007, pubblicato dagli stessi autori, sempre sul Daikon in relazione al diabete. Questa volta è scaricabile, me lo leggo e vedo che qualcosa non va. Separando un estratto di Daikon in diverse frazioni (solubili in acqua o in grasso) gli autori non vedono alcun effetto della somministrazione del Daikon sul colesterolo totale dei ratti trattati. Non ripetono però l’esperimento con l’estratto di Daikon completo, quindi non possiamo confrontarlo con il lavoro precedente. Dopo questo articolo il Daikon viene accantonato. E che hanno fatto i nostri autori nel frattempo? Uno si è dato alla ricerca sul cancro. Basta Daikon, vai con le cose serie. Un altro ha testato gli effetti della buccia delle noccioline sul colesterolo.  Staremo a vedere se spopolerà come il Daikon.

Tiriamo le fila

In conclusione abbiamo trovato solamente un articolo scientifico che correla il Daikon alla riduzione del colesterolo. Un articolo non particolarmente affidabile, senza alcun seguito né da parte della comunità scientifica, né da parte degli autori stessi. Quindi, se qualcuno alla prossima cena di famiglia tenterà di offrirvi del Daikon, spacciandovelo come strepitoso rimedio bruciagrassi, saprete cosa rispondere.

Link per approfondire

PubMed

Articolo Daikon 2006

Articolo Daikon 2007